
Sarajevo. Non posso dire che fosse un viaggio che sognavo da tempo. Era, piuttosto, una città che mi chiamava. So che “Venuto al Mondo” di Margaret Mazzantini ha rappresentato il primo, flebile, richiamo. Che “La figlia” di Clara Uson, lo spietato libro sulla figlia di Mladic, mi ha definitivamente unita a filo doppio con la città bosniaca. So che lì il mio pensiero andava troppo spesso per attendere ancora. E allora arriva il momento in cui, cartina alla mano, inizi a pensare a un percorso. Conosci la meta. Inizi ad aggiungere tasselli. Allora inevitabilmente Mostar. E poi ascolti i racconti di viaggio di tuo padre. Di quel viaggio che anche la mamma aveva amato tanto. E il percorso si allunga, fino al Montenegro e alle Bocche di Cattaro.
Il resto viene da sé. Le tappe intermedie che si riveleranno sorprendenti ad una ad una. La matassa si dipana davanti a quella cartina, con le sue promesse e le sue incognite. E si è pronti a partire.

I Balcani sono una terra meravigliosa, dove la natura esplode con una identità sempre diversa, pronta a sorprenderti ad ogni curva, con la sua sobrietà imponente e misteriosa. I quasi mille chilometri che separano Bologna da Sarajevo sono un incanto. Vale la pena percorrerli in auto. È come se il lungo viaggio servisse a prepararti, gradualmente, a ciò che scoprirai all’arrivo, entrando nel cuore della capitale bosniaca. Sarajevo non ti conquista immediatamente, soprattutto se sei abituato a città come Istanbul, con la sua maestosità e la sua storia così ingombrante. O come Marrakech, città folle e coloratissima. O come Isfahan, con la sua piazza unica al mondo e indimenticabile e le sue moschee incredibili. Ma ad ogni passo che percorri tra i vicoli della città vecchia, ad ogni sguardo sui palazzi ancora feriti dai buchi di proiettili in numero incalcolabile, la città ti prende l’anima. Ti fa suo. Con prudenza e discrezione. Ma inesorabilmente. È difficile spiegare quello che accade, non riesco ancora a metterlo a fuoco. Ma quando sono uscita dal Museo del genocidio, con gli occhi ancora umidi e il cuore in subbuglio, qualcosa era cambiato. Avevo sentito sulla pelle e nella pancia tutta la sofferenza che ancora trasuda da quei buchi di proiettile, dalle migliaia di tombe bianche che obbligano lo sguardo a fare memoria. Qualcosa era accaduto. Il mio sangue si era mischiato a quello delle persone che camminavano accanto a me. O che giacevano sulle colline attorno.
1992-1993-1994-1995. Le date di morte su centinaia di lapidi in fila. Una botta nello stomaco difficilmente metabolizzabile.

Ho lasciato Sarajevo con la sensazione che avrei, per sempre, desiderato tornare, come per un pellegrinaggio laico che è anche espiazione di una colpa. Per ribere il Salep in quella tea house a Kovaci dove vorresti andare a vivere. Sono entrata a Mostar con lo stesso bisogno di celebrare la guerra. Purtroppo il turismo ha snaturato completamente la storia di questo luogo emblema dell’orrore di una guerra assurda (che poi esiste una guerra che non lo sia?). Ricordo ancora le lacrime di mio padre davanti alle immagini del crollo del ponte vecchio. Sono salita sul minareto della moschea per guardare dall’alto quel simbolo. Solo ponendo una distanza di sicurezza tra me e la folla di turisti ho potuto percepire, timidamente, il rumore delle bombe e l’urlo di dolore delle pietre.

Dopo Mostar Pocjteli. Un borgo arroccato su un colle, costruito attorno alla sua meravigliosa moschea. Un piccolo gioiello di pace e silenzio, ultimo contatto con l’Oriente balcanico, prima di riprendere la strada verso il mare e l’occidente.
Kotor è una cittadina vivace ed elegante. Una boccata di leggerezza dopo le sensazioni dei giorni precedenti. Due giorni di mare azzurro, aria frizzante e allegria. Una mattina in motoscafo. Un’alba di 1400 gradini fino alla fortezza per ammirare questi fiordi mediterranei. E poi la risalita, verso la lontana Italia. Il mare croato a fare da cornice alla lunga strada. Dubrovnik, Spalato, sempre così bella da meritare più tempo. Un ultimo giorno di viaggio in Slovenia, al castello di Predjama, per far contenti i ragazzi e anche noi, a dire il vero. Una serata bellissima tra pollo fritto, canti sloveni e una partita a bigliardino alla luce dei cellulari.
Ho fatto un viaggio che ne ha contenuti moltissimi. Ho percorso strade bellissime, difficili, inimmaginate. E ho imparato tante cose.
Ecco cosa ho imparato nella mia Rotta Balcanica.
Che 2.500 km non sono un tragitto. Sono un’esperienza. E che farla ha rappresentato la parte più bella del viaggio. Che in una sola settimana si può perdere il conto dei passaggi di frontiera. E delle valute locali. Che a volte fare GPL richiede un allenamento fisico da non sottovalutare. Che solo se hai guidato di notte tra la Bosnia e il Montenegro, in una strada che sembra una cava sulla luna, puoi davvero dire di avere viaggiato. Che il cocomero mangiato per strada di fronte al sorriso della signora che te lo offre ha un gusto speciale. Che accontentare due adolescenti richiede una capacità di compromesso non indifferente. Che tuo figlio sa trovare un Mc Donald’s in ogni angolo del pianeta: sappiatelo, in caso vi tornasse utile. Che nei Balcani, sulle autostrade, esistono gli attraversamenti per lupi e orsi. Giuro. Che non mancherà mai un sorriso gentile. Che una macchia rossa sul selciato, uguale ai colpi di granata sui palazzi, resterà come un tatuaggio permanente nel tuo sguardo. Che puoi fare un’unica fotografia con un minareto, un campanile cattolico e uno ortodosso. E pensare che sia davvero una gran bella foto, caspita! Che tutti quei cimiteri musulmani, nel cuore di una città, sono un monito ai nostri pregiudizi. E che siamo colpevoli se lo ignoriamo. Che la gioia negli occhi di un ragazzino mentre guida un motoscafo è impagabile. Che senza cellulare è tutto più bello. Ma che non tutti sono d’accordo. Che Diocleziano era un genio. Ma dovrò dedicargli un altro viaggio. Che il cavaliere Erasmo era un gran figo. E che avrei vissuto volentieri nel suo maniero incastrato nella roccia. Che il vino delle montagne slovene si regge peggio degli altri. Ma non è affatto un aspetto negativo. Che non so giocare a bigliardino, nemmeno da ubriaca. Che il nero di seppia rende davvero la lingua nera. Che se la tua amica sorella scambia cavalli per lupi, riderai fino ad avere male a tutti i muscoli. Che la condensa dell’aria condizionata può allagare un’auto. Che fumare il narghilè richiede una certa competenza. Che giocare a scacchi è una roba seria. Nonostante l’ombrello con le orecchie.
Ma, soprattutto, ho imparato che non importa dove stai andando, o quanto sarà faticoso, o quanti dubbi avrai durante il tragitto. Basterà aprire la tua anima a ciò che stai vivendo. E quel viaggio, questo viaggio, diventerà quello del cuore. Fino al prossimo, si intende.







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