





È giugno. Mio figlio, 18 anni, mi ha appena scritto su Whatsapp che quest’estate in viaggio con me non ci vuole venire. “Siamo già andati troppo in giro quest’anno”.
Pazienza, mi dico. Vorrà dire che mi organizzerò per un altro viaggio in solitaria.
Però.
Però.
C’è quell’idea che ho in mente da qualche anno di andare via con un gruppo di persone che non conosco. Poi c’è quel nome che mi torna in testa. Kathmandu. Sarà la canzone di Rino Gaetano, sarà che rievoca in me l’idea di un posto lontano e sconosciuto che da sempre mi affascina anche se non riesco a mettere bene a fuoco il perché. Così, senza pensarci neppure tanto, mi ritrovo ad avere prenotato 10 giorni in Nepal con 15 persone di cui non so nulla, la guida già nelle mie mani e lo zaino da 40 litri che dovrà contenere tutto.
Ecco come accade che mi ritrovo a fare un altro favoloso e sorprendente viaggio. Il Nepal è un piccolo stato incastrato tra le immense India e Cina. Un fratello minore lontano dal mare e sovrastato dalla catena dell’Himalaya che mi sorprende all’improvviso quando, all’alba, alzo la tenda dell’oblò dell’aeroplano. Sono sopra le cime più alte del mondo. Il bianco della neve si scalda con il rosso del sole che sorge. Un gran benvenuto, non c’è che dire. Sono in Nepal.
Ma questo piccolo pezzo di terra non è solo un colore: è anche il rumore dei canti delle feste che costellano i giorni dell’anno con un vantaggio spropositato sui giorni di lavoro. O almeno così ci pare ogni volta che la guida ripete con noncuranza: “Oggi qui è festa” o “L’ultimo lunedì del mese si festeggia” o ancora “Il mese di agosto è un mese di festa”. Sarà per questo che la povertà che vedo attorno a me, lo sporco e la polvere non sembrano togliere il sorriso a nessuna delle persone con cui incrocio il mio sguardo.
Se dovessi dare un colore a questo viaggio sarebbe proprio il rosso. Quello degli abiti tradizionali delle donne che incontro per le strade. Quello dei fiori che formano collane o che ornano i piccoli e grandi templi induisti all’angolo di ogni strada. Quello del fuoco degli altari di preghiera. Il rosso porpora delle tuniche dei monaci buddisti. Sì, il Nepal è decisamente rosso. Un colore che scalda, rallegra, unisce. Avvolge.








La mattina mi piace alzarmi presto. Se non facciamo yoga o meditazione con i miei compagni di viaggio, me ne vado a gironzolare per le strade, prima che esplodano di nuovo i canti e i balli meravigliosi ma caotici e mi godo la tranquillità della città che si risveglia. Le piccole botteghe ricavate da cantine iniziano a organizzarsi. Si cominciano a friggere le prime frittelle calde che, se fossi prudente, non mangerei ma tanto nel nostro gruppo c’è anche un medico. Le persone si muovono attive ma mai frenetiche. E ti sorridono. Sempre. La loro occupazione principale è quella di pregare al tempio. Non immaginate, però, un grande edificio al centro di una piazza. I templi indù vanno dalle dimensioni di una chiesa a quelle di un tombino sulla strada. Del resto le divinità venerate sono letteralmente alcuni milioni e occorre arrangiarsi per trovare un luogo sacro a ciascuna.
Se questo modo di pregare all’inizio fa sorridere, nel giro di qualche ora diventa l’affascinante cifra del luogo in cui mi trovo. Qui il rapporto con il sacro, il divino, lo spirituale e persino quello con la morte è completamente diverso dal nostro. La naturalezza con cui assisto alla cremazione dei defunti a Pashupatinath è la testimonianza di come ci sia qualcosa di contagioso in questo saper guardare alle cose dello spirito come a parte integrante della quotidianità. E come seguendo un lunghissimo filo rosso, dal fiume Bagmati, che porta le ceneri dei defunti fino al Gange, mi ritrovo travolta dalla festa di Gai Jatra che trascina migliaia di persone per le strade di Bhaktapur tra balli e musica e che, più che a una commemorazione dei morti, assomiglia a un carnevale che trascina in un’allegria contagiosa che non avevo mai visto prima.
Più calma e discreta è la spiritualità buddista. Il lento incedere di giovani con la testa rasata e gli abiti color porpora contrasta con il caotico traffico delle città nepalesi. I monasteri sono oasi di silenzio e quiete arroccati a guardare dall’alto un mondo rumoroso e troppo veloce, eppure condiviso pacificamente.
È come se l’allegria colorata e confusionaria dell’induismo si equilibrasse alla perfezione con il ritmo cadenzato e profondo della preghiera buddista. Guardo i giovani monaci seduti a gambe incrociate, che dondolano il corpo al ritmo del loro salmodiare. Ascolto il gong che rompe quella cantilena sacra e arriva con il suo profondo suono fino alle viscere. Non capisco quello che recitano ma non ho dubbi che sia qualcosa che arriva fino all’anima. Lo sento mentre osservo un monaco di spalle camminare verso un tramonto bellissimo e silenzioso, lo sento alzandomi prima che faccia giorno per dirigermi al tempio.
Una notte in un monastero, tra i monti nepalesi, all’orizzonte le cime himalayane. Credo che questa sia l’essenza di cosa significhi essere in pace. Profondamente in pace. E poco importa se la colazione dei monaci è per noi occidentali quasi immangiabile, soprattutto perché non capiamo come vada preparata e consumata. Importa che sei lì, seduta su una dura panca di legno, le gambe di nuovo incrociate, circondata da giovani uomini con gli occhi felici e i sorrisi contagiosi. Importa che sei in compagnia di persone che pochi giorni fa non conoscevi e ora senti come parte della tua vita. Importa che saluti le montagne e ti incammini verso una nuova città, un altro tempio induista, che però è condiviso con i buddisti, come quasi tutto in questo pacifico angolo di mondo.
E così il mio viaggio si dispiega tra templi in cui si sacrifica a Shiva e stupa bianche e dorate cui si gira intorno rigorosamente in senso orario. Tra botteghe di campane tibetane e banchetti di spezie. Benedizioni di monaci, massaggi e corsi di cucina dove si impara a preparare i meravigliosi mo mo e il chai. Tra viaggi in pullman che mettono a dura prova la schiena perché gli ammortizzatori sono un optional da gente che non sa stare al mondo e le strade senza buchi non sono strade vere. Tra ponti tibetani e gigantesche statue circondate dai colori più belli che abbia mai visto: quelli degli abiti, dei fiori, dei fuochi accesi per ringraziare, chiedere, supplicare, pregare. Tra foto improbabili, contrattazioni snervanti per risparmiare qualche euro, tra scimmie cattivissime e dolcissimi cani. Ho letto in un libro che i cani sono la fase di reincarnazione più vicina all’uomo e che, quindi, le persone si prendono cura di loro nel caso si tratti di qualche parente stretto momentaneamente reincarnato nell’animale. E devono essere state persone buone perché sono tutti cani dolcissimi. Ora che ci penso, allora le scimmie nepalesi devono essere la reincarnazione di qualche delinquente di periferia.
E così, tra tentativi di abbinare ogni divinità alla propria cavalcatura, di imparare a contare fino a cinque in nepalese, di distinguere un tempio induista da uno buddista, unica cosa che, almeno io, ho imparato in dieci giorni in Nepal, sveglie all’alba per meditare e fare yoga, cibi meravigliosi e moltissime risate, sono trascorsi dieci favolosi giorni.
Io che, normalmente, viaggio tanto da sola, che atterro e porto con me zaino, calamite brutte, qualche spezia e ricordi che sono solo miei. Io che sistemo le mie cose a casa e ripercorro momenti con il pensiero. Io che riporto tutto il viaggio a casa con me, questa volta ho pianto. Ho pianto nel grande aeroporto di Istanbul quando ho salutato i miei compagni di viaggio. Ho pianto dopo un abbraccio davanti alla stazione di Roma. Ho portato con me tante emozioni, ricordi e moltissima bellezza. Lo avevo messo in conto. Si viaggia anche per questo. Ma ciò che non avevo messo in conto era che avrei portato a casa anche anime così belle. E che avrei pianto al pensiero che non avrei più fatto yoga con loro la mattina, che non avrei chiacchierato con loro la sera, fatto foto sceme e discorsi serissimi.
Avventure nel mondo, le chiamano. Il mio viaggio in Nepal è stato davvero un’avventura. Dentro di me, soprattutto. Ho imparato di nuovo la bellezza della condivisione, ho imparato che a volte occorre più coraggio a lasciare che le cose accadano piuttosto che a organizzare tutto. Ho imparato che i massaggi ayurveda sono meravigliosi, che un medico in viaggio fa molto comodo, ancora meglio se è pure simpatico, anche quando decide per te cosa puoi mangiare e cosa no. Ho imparato che a Kathmandu non devi aprire le finestre altrimenti entrano le scimmie, e allora sì che hai un problema. Ho imparato che il karma esiste e che se fai prevalere i pensieri positivi le cose si aggiustano sempre, e allora non sarai travolto dai monsoni in agosto, il tuo pullman non cadrà rovinosamente in un burrone in retromarcia e le nuvole si apriranno per farti scorgere l’Himalaya quando ormai credevi che non lo avresti più visto. Il karma esiste, sì, lo sanno sia gli induisti che i buddisti in Nepal. E ora lo so anche io.
Così ho anticipato la sveglia alle 5 e nel silenzio buio del mio salotto medito ogni mattina, alleno la gratitudine e ripenso alla preghiera dei monaci, a Battiato, ai miei nuovi amici e al perché non posso fare a meno di viaggiare.
Namastè







Lascia un commento