C’è una strada che da Zola Predosa arriva fino a Montalto, un gruppo di case sull’Appennino modenese, a metà strada tra la più nota Zocca e la meno conosciuta Castel D’Aiano. A cavallo tra la provincia di Bologna e di Modena, Montalto è stata la casa delle mie estati, delle mie vacanze di Natale, della mia prima compagnia, come si chiamava allora il gruppo di amici con cui passavi le lunghe ore dei tuoi giorni senza scuola e, sì, delle mie prime grandi delusioni d’amore. 

Alcuni anni fa siamo riusciti a ricontattarci e capita, da allora, che ci si trovi a mangiare proprio a Montalto. E così è stato la scorsa domenica. E allora, io e la Punto siamo partite: da Bologna a Zola, alla famosa (per noi provinciali) rotond9a della Viro, e da lì prendiamo la strada che da Calderino porta a Tolè per poi deviare verso Zocca. 

È una mattina di metà maggio insolitamente fredda e cupa. Accendo la radio. Mi fermo al cimitero per un saluto alla mamma e ai nonni proprio nel giorno della festa della mamma e proseguo, con calma, godendomi le curve, i campi verdissimi a contrasto con il grigio del cielo e l’idea che tra circa un’ora sarò in ottima compagnia. 

Curva dopo curva, chilometro dopo chilometro, tuttavia, quel breve tragitto si trasforma in un viaggio lungo quasi una vita. Quella della me ragazzina che, con il pullmino a nove posti di papà e mamma, con i fratelli al seguito, andava a trascorrere il fine settimana o una intera estate in quella casa che ci metteva qualche ora per scaldarsi e che, subito dopo, diventava il posto più bello del mondo. 

Così arrivo a Montepastore, dove ci si fermava, al ritorno, a comprare i salumi. Passo dalla baracchina che vende la frutta e che sta ancora nello stesso posto, con lo stesso cartello fuori: “Fragole e asparagi”. Arrivo a Tolè, famosa per le patate e anche per la casa dello zio Gastone e della zia Fernanda da cui, da bambina, andavo spesso. Poco dopo la strada scende e quello era l’esatto punto in cui cominciavo a sentirmi arrivata. Un pezzo di strada ombreggiato, oggi quasi buio, e poi di nuovo la salita in mezzo a campi che, a seconda del periodo andavano dal giallo oro al verde al bianco candido della neve. Eccomi nel punto esatto in cui il pullmino si fermò senza riuscire più a salire su quella curva ghiacciata. E io che avevo così fretta di arrivare. 

Passo accanto a quelle due piccolissime casette gemelle, sulla sinistra, che avrei sempre voluto avere per me. Supero il caseificio, tappa fissa per comprare la ricotta per fare i tortelloni, la stalla delle mucche, e poi eccola. La bottega di Leonesi, con la saracinesca verde. Non ricordo cosa andassimo a comprare lì ma ricordo i grandi vasi con le caramelle e la vecchia bilancia con i pesetti. La bottega, negli anni, diventò la casa dei due proprietari anziani che si vedevano seduti sulle loro poltrone, ancora in vetrina. Li salutavo passando con un cenno della mano e loro rispondevano con un sorriso. Sulla destra, la bottega della Bianca, che fungeva da minimarket dove si comprava un po’ di tutto: il pane ma anche il detersivo, i fiammiferi e la passata di pomodoro. Qui, soprattutto, si andava a telefonare con i gettoni. Ricordo come fosse ora l’odore della piccola cabina insonorizzata e rivedo l’insegna gialla all’ingresso. La Bianca era per noi il collegamento con il mondo fino a che non arrivò il telefono in casa.

Ecco la chiesa con il campanile restaurato. Mi tornano alla mente le serate in cui qualcuno proponeva il giro al cimitero ma io, che allora i cimiteri non li amavo, mi guardavo bene dall’accettare la proposta e me ne stavo sulla panchina della piazza con gli altri amici poco coraggiosi come me. La stessa piazza della festa di fine estate. Una di quelle in cui si mangia tanto e la nostalgia per la fine delle vacanze si faceva sentire con una certa violenza. 

E dopo la chiesa eccolo il cuore della nostra Montalto. Il campo da calcio dove se volevi stare in compagnia dei ragazzi, dovevi necessariamente stazionare. Ore e ore a guardarli calciare il pallone mentre mangiavamo i ghiaccioli del bar di Piero. Io facevo il tifo per quel ragazzo che mi piaceva da morire e che non mi ha mai degnata di uno sguardo. Lui non faceva goal e io mi sentivo brutta e sfortunata. Quante lacrime versate, per il mio sogno sempre rinnovato e ripetutamente infranto. Ma la verità è che in quei luoghi sono stata soprattutto felice. Abbiamo riso tanto, litigato, ci siamo confidati, abbiamo stretto e rotto amicizie per poi ritrovarle. Abbiamo camminato da casa di uno a casa dell’altro in cerca di qualche alternativa a giornate monotone eppure ricchissime. Siamo cresciuti, ci siamo fidanzati, sposati, lasciati. Ci siamo persi e poi ritrovati. Tutti più grandi, o se volete più vecchi, qualcuno maturato e qualcuno no. Manolo suona ancora la chitarra, Andrea a Montalto ha finito per viverci. Mosè da Montalto era andato via già tanto tempo fa. Qualcuno ancora la casa lì ce l’ha. Noi no. E a volte mi manca. Qualcuno è rimasto amico ma anche tra chi non si sentiva più è rimasto un legame sottile ma prezioso. 

Abbiamo fatto figli, costruito vite chi qua e chi là. Ogni tanto torna in mente il nome di qualcuno che invece è proprio sparito. Ci ricordiamo delle sere al Punto (cioè loro se lo ricordano perché io in discoteca non ci potevo andare), delle serate a guardare le stelle cadenti ed esprimere desideri che non si sarebbero avverati. Ma allora tu non lo sapevi e ci provavi sempre a dispetto di ogni evidenza. 

Parcheggio la macchina davanti alla Vecchia scuola. Che una volta era proprio la vecchia scuola, poi è stata il Bar di Piero e ora è un bel ristorante dove si mangia bene ma che per noi è soprattutto il luogo dove tornare ad essere quella compagnia a intermittenza che ci ha accompagnati per così tanto tempo che, nonostante le vite diverse e scollegate che facciamo, non ha mai smesso di esistere. 

Bevo un ottimo Pignoletto e divido il piatto di tortellini con quel ragazzo di cui ero così innamorata. È sempre lui eppure non è più quella vita. Io non sono più innamorata, lui ride sempre in quel modo sfrontato che tanto mi piaceva e io, mentre vivo una confidenza che allora non avrei mai potuto reggere, sorrido al pensiero di quando avrei voluto dividere un piatto con lui e di come sia bello, invece, farlo oggi, felice della mia vita, felice che quella stella cadente non mi abbia ascoltata e felice, soprattutto, che nonostante tutto siamo ancora qui. Insieme. A Montalto. 

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Sono Lucia

“Ogni viaggio è una tappa verso la donna che vuoi essere.”
Io sono partita tante volte… e ogni volta ho lasciato indietro una parte di me per far spazio a quella che stava nascendo.