
Ho un debito con il quindicenne con cui vivo, il quale ancora mi rinfaccia i 2.500 Km nei Balcani di un anno fa. “Tommy, decidi tu il prossimo viaggio”. E così si va a Londra. Cosa puoi scrivere di una città dove prima o poi vanno tutti? Che conosciamo ancor prima di metterci piede? Londra è Londra. Non mi aspetto grandi sorprese. Questo sarà il viaggio di Tommaso. Tra musica, divertimenti e hamburgers (troppi hamburgers).
Di Londra ho un vago ricordo. Ci ho compiuto i miei 14 anni durante un viaggio premio vinto in terza media. Ero con mamma e papà. L’ho vista di sfuggita, i ricordi sono sbiaditi, quindi è un po’ come se ci andassi per la prima volta. Sono pronta: bagaglio leggero, una lista di cose da fare e vedere e la voglia di vivermi quattro giorni insieme a Tommaso.
Londra è una città divertente, multietnica, colorata, caotica e silenziosa a seconda dell’angolo in cui sei. Grigia tra i grattacieli e verdissima nei parchi. I bellissimi cartelli “Underground” ti conducono sottoterra dove puoi catapultarti da un quartiere all’altro. Ma puoi anche passeggiare tra uno scroscio di pioggia e uno squarcio di sole e goderti il tragitto. Arriviamo in Denmark Street, una piccola via che avrà al massimo 10 negozi per lato. Perché siamo qui? Sono solo negozi di chitarre. Il Paradiso in terra per i musicisti di tutto il mondo. E per mio figlio. Entriamo in ogni singolo negozio. Tommaso prova Fender, Gibson, Rickenbacker da 3000£!!!!!! La felicità nei suoi occhi è qualcosa che non dimenticherò più. Riesco a fatica a portarlo via e camminiamo verso Covent Garden per il pranzo. Stiamo discutendo, perché “Mamma ma io volevo comprare una chitarra. E poi mi fanno male le gambe. Sono stanco”. Di fronte a me un pub. Ok, fermiamoci qui a pranzare. Alzo lo sguardo e quasi mi esplode il cuore. Sono in Carnaby Street. È da qui che inizia il mio inaspettato viaggio nel tempo.
Ed è questa la Londra che voglio raccontarvi. La mia. Quella di quasi trent’anni fa che si riallaccia a quella di oggi cogliendomi totalmente alla sprovvista. Carnaby Street, dicevo. Improvvisamente ricordo lo sguardo di mia madre mentre io camminavo distratta. Quella strada era per la sua generazione l’emblema della ribellione giovanile, della musica e della cultura degli anni Sessanta. E lei ora si trovava lì. Proprio nel centro del suo mondo. Che non era il mio. Non avevo dato importanza alla sua emozione. Ora però tutto mi torna addosso. I ricordi riprendono colore. Così ricordo della foto che feci a cavallo di uno dei leoni di Trafalgar Square. Oggi non ti fanno più arrampicare, ma voglio tornare lì. Scatto una foto insieme a Tommaso. Mamma, guarda dove sono! La prima volta da figlia, oggi con lui. E anche con te. E torno ad Hyde Park. Non ricordo in quale hotel alloggiassimo ma so che si affacciava sul parco. Era uno di quegli hotel eleganti con una grande porta girevole. Papà, che aveva preso l’aereo per la prima volta, uscendo si sentì dire in un elegante inglese british, da un signore in divisa: ” Good morning, sir”. Rimase così stupito che entrava e usciva dalla hall solo per godere di quel saluto. Lo racconta ancora come uno di quei momenti irripetibili da tramandare ai nipoti. Noi oggi alloggiamo in una piccola stanza molto meno raffinata ma che ci rappresenta decisamente di più.
E così, momento dopo momento, Londra sta diventando la città della mia memoria di ragazzina. Ad ogni angolo ritrovo qualcosa di conosciuto. E qualcosa di nuovo. Mi innamoro di angoli come Neal’s Yard, coloratissimo e nascosto angolo ai margini della più famosa Covent Garden. Mi diverto in una mattina di pioggia nell’irriverente Camden Town. Cerco il vagone 9 3/4 alla King’s Cross Station. Sento i brividi nella Treasures Gallery della British Library mentre ammiro manoscritti antichi di una bellezza incomprensibile. Mi diverto contro la mia volontà tra le cere di Madam Tussauds. Provo a farmi piacere la birra e il caffè ma niente. Neanche a Londra ci riesco. Guardo i meravigliosi quadri alla National Gallery, l’arte iranica al British Museum ripensando a Persepoli. Guardo Tommy sempre incantato dall’arte egizia. Gironzolo alla Tate e ammiro la città dal decimo piano. E un meraviglioso Picasso. Scopro la meraviglia della City quando i grattacieli si scontrano con le nuvole e sembrano condurti direttamente in cielo. Mi ubriaco di colori e profumi a Portobello Road e mi immagino di vivere a Notting Hill. Rido e litigo con Tommy perché viaggiare con un adolescente è quasi uno sport estremo. Guardo il London Eye da sotto. Perché è più originale, e soprattutto gratis.
Fingo di ascoltare interessata i monologhi allo Speakers Corner di Hyde Park. Cerco scoiattoli a Kensington Gardens. Macino chilometri. Mangio troppi fritti. Osservo mio figlio che non apprezza come vorrei le meraviglie che gli sto facendo vivere. E ritorno in quel ristorante sul Tamigi, quando i miei genitori si arrabbiarono perché non apprezzavo il miglior salmone di Londra, e preferivo una frittata (che lì chiamavano omelette per darle un chè di elegante).
Il quindicenne di oggi è la me di quasi trent’anni fa. Distratta e superficiale, come è un po’ normale che sia. Vorrei chiederti scusa mamma, per non avere dato alla tua emozione il giusto valore. Non so se ora conta, ma voglio dirti che ora capisco. Ora che sono qui, nella tua Carnaby Street, ora ha tutto valore. Ciò che vivo oggi e ciò che abbiamo vissuto allora, insieme. Sono a cavalcioni del leone di Trafalgar. Dopo la pioggia è uscito il sole. Alzo lo sguardo e ti mando un saluto. Ora Londra sa di passato, ma sa anche di presente. E ha una colonna sonora che mi ha fatto una persona speciale. Ci sono brani che amavi anche tu e che io non ascoltavo. Lo faccio ora. Canzoni che diventano ponti, tra te e me. Passando da Denmark Street e chissà, magari questa colonna sonora sa anche un po’ di futuro. Qualcuno mi ha parlato di “felicità a sorsi”. Provo a bere piano piano. E magari chissà, un giorno mi piacerà anche la birra. Come piaceva a te.
London Calling. E adesso ho capito perché.

















Scrivi una risposta a Valeria Cancella risposta